Riflessioni

L’Egualitarismo dei veleni

La scienza ambientale ha fatto grandi progressi ed il suo studio appassiona un numero sempre crescente di studenti. A questo incremento di capacità e di interesse non corrisponde però un effettivo miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta. Al contrario stiamo assistendo a devastazioni che solo pochi anni fa sarebbero state impensabili: basti per tutte l’esempio dell’estrazione delle sabbie bituminose in Alberta , nel civilissimo Canada, dove un tratto di foresta primaria grande quanto il Belgio è stato raschiato via dai bulldozer e l’intero sistema fluviale del Canada sud-occidentale inquinato dagli idrocarburi liberati nell’estrazione.

Perché l’affinamento delle tecniche di indagine e monitoraggio sulla salute degli ecosistemi ed il vasto esercito di laureati consacrati a questi studi, non producono un’effettiva protezione degli ecosistemi?

La risposta è evidente: Il potere del Profitto.

In un mondo in cui il sistema finanziario sta smantellando gli Stati nazionali e le democrazie parlamentari, Il denaro esercita un potere incontrastabile, non ci sono comunità locali in grado di resistere a lungo, né studi scientifici abbastanza ponderosi da sconfiggere, con il semplice buon senso, la bulimia distruttiva del neo capitalismo. Ma allora tutti questi laureati che fine fanno? In quali settori esercitano la loro professione quelli che non riescono a trovare posto nei dottorati di ricerca o nell’insegnamento ?  Semplice, finiscono a lavorare per il “nemico”. Già, perché, questa diffusa sensibilità ambientale ha lasciato una traccia nelle normative nazionali, che in Italia, come in Europa, si è concretizzata nelle Procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che ormai ogni progetto di grande rilevanza deve affrontare per ottenere le autorizzazioni amministrative.

Purtroppo, come recita l’adagio, “fatta la legge, trovato l’inganno” e, vista la complessità della materia, gli speculatori del saccheggio delle risorse naturali, hanno avuto bisogno di arruolare laureati proprio in quel settore nato per proteggere l’ambiente naturale. Nasce così una nuova disciplina ambientale che ha, come scopo principale, di stabilire quanto, dell’ambiente naturale, si può sacrificare alle attività industriali. Una sorta di disciplina scientifica”inversa”, dedita cioè al raggiungimento di finalità opposte a quelle per la quale era stata ideata.

Principali esponenti di questa nuova disciplina sono gli odierni ministri ed assessori dell’Ambiente, che, in ogni grado delle istituzioni, svolgono un ruolo opposto a quello che, nell’immaginario collettivo, la qualifica attribuisce loro: quella, cioè, di difensori dell’ambiente naturale.  Se analoga inversione fosse applicata agli altri assessorati, potremmo avere un assessore all’Industria che demolisce capannoni industriali in attività per sostituirli con parchi pubblici o quello alla Sanità che sancisce quanti cittadini possono essere deliberatamente infettati col virus dell’HIV senza nuocere troppo alla salute pubblica !

Nel corso di una campagna di opposizione ad un progetto di miniera di antimonio particolarmente devastante, ho conosciuto una giovane laureata in scienze ambientali che si era occupata della stesura dello studio di impatto ambientale per la ditta proponente. Dai suoi documenti e dalla sua esposizione, ho appreso di alcune tecniche interessanti che regolano questa nuova disciplina “inversa” e che sono utili per sostanziarne la sua “intrinseca perversione”.

Il primo fattore che viene esaminato, nell’approccio alla stima di un impatto ambientale, è “lo stato di salute” dell’ambiente in cui si vuole intervenire. Si attribuisce a questo, una valutazione su di una scala che va da I a VI , dove VI rappresenta un ambiente vergine, raro ed incontaminato, mentre I quello più degradato e corrotto, poi si calcola l’impatto dell’opera su di una scala di valori che va da 1 a 5, dove 1 sta per impatto lieve (L) e reversibile in breve tempo (RBT) e 5 sta per un impatto molto rilevante (MR) ed irreversibile (IRR) infine si incrociano le due scale su di una tabella come quella qui allegata:

In rosso le situazioni in cui l’impianto non si può fare, in verde dove si può fare senza problemi ed in giallo quelle situazioni in cui, con qualche integrazione documentale e qualche prescrizione da parte della commissione esaminatrice di VIA (utile ai sui membri per sfuggire a future sanzioni, una volta accertati i danni irreversibili causati) l’impianto si può comunque fare.

Come si evince facilmente, più l’ambiente è sano ed incontaminato, più è vocato ad accogliere le peggiori nefandezze!

Ad un cittadino ingenuo e sprovveduto, questa metodologia potrebbe apparire demenziale, ma l’istituzione di questa prassi risponde ad una logica padronale precisa e pone le basi per la definitiva sconfitta dell’ambientalismo.  Così si realizza infatti, una sorta di “egualitarismo” del degrado, una distribuzione “democratica” dei veleni su tutto il territorio nazionale, che avrà come principale conseguenza l’impossibilità di realizzare studi clinici comparativi tra campioni diversi di popolazione, per stabilire la diversa incidenza tumorale. E dato che il ricorso a test comparativi rappresenta l’unica possibilità che ha la scienza medica, oggigiorno, per dimostrare la correlazione tra un certo inquinante ed una certa patologia degenerativa, gli industriali (ed una certa classe politica a questi asservita), avrebbero così conseguito una sostanziale licenza di uccidere.

E mentre la crisi spazza via ogni residua speranza di una più equa ripartizione delle ricchezze e delle risorse, vana promessa delle dottrine economiche sociali del secolo scorso,  a noi cittadini comuni  pare non resti altro da fare che condividere la sorte dei nostri fratelli di Taranto, di Bagnoli o di Porto Marghera, in un cupo egualitarismo che attribuisce a tutti eguale diritto a generare figli tarati od a morire ancora giovani di leucemia.

A meno naturalmente di un improvviso e salvifico risveglio collettivo.

Andrea Marciani

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