Corsi di formazione obbligatori e lo stato di minorità del cittadino

Con l’entrata in vigore del D.lgs. 150/2012 denominato PAN (Piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari) si è aperta in agricoltura una nuova stagione di corsi di formazione obbligatori ed onerosi. Ancora una volta si manifesta la sfiducia che la classe politica e legislativa nutre nei confronti dei cittadini italiani, ridotti, sempre più spesso, in una condizione di “minorità” oggettiva.

Infatti, mentre in quasi tutte le case irrompe la rete, col suo enorme potenziale di auto-formazione permanente, agli agricoltori toscani, per mandare a memoria una modestissima serie di regole che troverebbero spazio in un libretto di poche pagine, viene imposta, per il conseguimento di un patentino per l’uso dei fitofarmaci, la frequenza di corsi di formazione di 20 ore del costo medio di 120 euro, più 32 euro di marche da bollo, per la stampa del documento, ad abilitazione conseguita.. Viene spontaneo chiedersi: come mai non viene offerta loro la possibilità di presentarsi agli esami da “privatisti”? Magari verificandone la preparazione con un vero esame (invece di stupidi quiz a risposte multiple) e previa la stampa e la distribuzione di un libretto contenente il succinto programma di studio? La risposta è abbastanza scontata: Dipende dall’azione di lobbing delle associazioni dei tecnici e dei patronati agricoli, che organizzano i corsi e sopravvivono, soprattutto in questo periodo di crisi, con quello che riescono a “mungere” da una delle ultime realtà produttive, ancora in esercizio nel paese.

La politica ascolta solo i portatori di interesse organizzati e gli agricoltori per questo, fin dal secondo dopoguerra, si sono riuniti in sindacati e associazioni di categorie. Come spesso succede però, negli anni, queste associazioni si sono consolidate in strutture sempre più pesanti e gerarchizzate che, nella necessità di auto-sostenersi, hanno perso di vista le istanze della categoria rappresentata e focalizzato la loro azione sull’impellenza di pagare gli stipendi ai loro dirigenti e al proprio personale.

Ma le aziende agricole sono assai male in arnese e non riusciranno a reggere ancora a lungo questo stato di cose: Tartassati e braccati da una muta di ispettori armati di letali ammende a 3 o 4 zeri, gli agricoltori, tra registri da mantenere, corsi da frequentare, attrezzature da tenere al passo con un legislatore che non la smette di cambiare le carte in tavola, quasi non riescono più a dormire o a trovare il tempo di salire sul trattore.

Non è moltiplicando le incombenze, in maniera rigida e pretestuosa, che si porterà l’agricoltura fuori dalla crisi. Al contrario, l’effetto che sempre più spesso si riscontra, specie tra quei giovani che si accostano oggi a questa nobile arte, è quella di uno sprofondamento nel sommerso, nella “clandestinità”. Il compito dei patronati agricoli oggi dovrebbe essere quello di alleggerire il carico di lavoro delle aziende agricole e non di zavorrarle inutilmente, perché, tanto per restare in una metafora di settore, “non si cava latte da una vacca morta”.

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