PRO NATURA, Analisi critica al libro “Contro natura” di Chicco Testa

Ho letto, grazie al gentile prestito di un amico, il libro di Chicco Testa “Contro Natura”Schermata del 2015-04-06 11:42:00 edito da Marsilio.  Comincio da quello su cui mi trovo d’accordo: “ Che la natura non sia giusta, secondo criteri di giustizia umani, non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussione, In natura valgono le leggi della natura” (pag 37). Assunto ragionevole, non si spiega quindi perché abbia scelto di fare un libro che nel sottotitolo recita: “Perché la natura non è né buona né giusta né bella”.  A testimonianza della cattiveria della natura il nostro cita più volte nel libro, al punto da conferirgli lo spessore di un ossessione, il meteorite che 60 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri. Da questo evento catastrofico fa conseguire la necessità di tenere, con la natura, un approccio da impavido domatore (dotato per l’occasione di missili a testata nucleare atti a deviare la traiettoria del prossimo eventuale meteorite. Come nel film “Armagheddon”, elevato, pare, ad accreditata ipotesi scientifica)

Ma il libro, più che con la natura, se la prende con un ipotetico movimento naturista/ambientalista , descritto in maniera caricaturale, come una specie di calderone eterogeneo in cui l’autore mette a cuocere tutto quello che capita a tiro dei suoi motori di ricerca (mancano solo i lunatici delle scie chimiche). Cosicché, Vandana Shiva si trova accomunata ai protagonisti di una serie di aneddoti tragicomici, forse raccolti tra i suoi amici meno brillanti: dall’agriturista beota che scopre solo per sua cortese intercessione che la luna mostra alla terra sempre la stessa faccia, allo sprovveduto gommonista che finisce la benzina in mare aperto dove, tapino, non c’è campo per il suo cellulare. Il tutto condito in salsa “hate speech”, dove, per fare un esempio, “Cialtroterapia” dà il titolo al capitolo sulle medicine alternative. E meno male che, in un intervista concessa al Foglio nel presentare il suo libro, Chicco Testa stigmatizzava: “il recente incattivimento della società italiana, per cui negli ultimi anni è cresciuto lo spirito di fazione, il tutti contro tutti come modalità di rapporto quotidiano” Chissà come avrebbe trattato, senza questa consapevolezza, quei milioni di persone che, senza dar noia a nessuno e senza chiedere un soldo al servizio sanitario, si curano regolarmente con l’omeopatia.

Il dibattito culturale e politico sul quale debba essere l’equilibrio tra Uomo e Natura, non è una novità di questi giorni, ma è vero che negli ultimi anni si è arroventato per gli allarmanti segnali dell’approssimarsi di un limite oggettivo allo sfruttamento dell’ambiente ad opera dell’uomo: il surriscaldamento del pianeta (sulla cui causa antropica la comunità scientifica ha ormai raggiunto l’unanimità) l’assottigliamento delle biodiversità, la perdita del 60% delle risorse di acqua potabile, gli oceani colmi di spazzatura (e svuotati di pesce), i reiterati incidenti nucleari, l’incremento delle patologie tumorali e autoimmuni, la crescente infertilità maschile … l’elenco potrebbe continuare per pagine intere. Il nostro autore, pur con qualche residua tentazione negazionista (sulle cause antropiche), prende per buona la questione del riscaldamento del pianeta e scrive (pag. 95): “Come conseguenza di tutto ciò, avremmo probabilmente una caduta verticale della popolazione umana (omissis).Presumibilmente torneremmo indietro, per quanto riguarda l’attività produttiva totale, di qualche secolo, In tal modo si ridurrebbero le emissioni in atmosfera (omissis) l’effetto serra avrebbe fine e il pianeta tornerebbe a raffreddarsi, inizierebbe un nuovo ciclo”. A parte la curiosa nonchalance con cui Testa si rassegna alla repentina scomparsa di qualche miliardo di individui, (per sfamare i quali però raccomanda l’uso di OGM) sorprende l’ingenuità del pronostico sul rapido ripristino delle giuste condizioni climatiche, ragionamento che non tiene conto delle centinaia milioni di anni occorsi agli organismi unicellulari marini (fitoplancton e zooplancton) durante il paleozoico, ad imbrigliare la CO2 in eccesso nell’atmosfera terrestre delle origini, trasformandola in idrocarburi.(teoria biogenica)

Ora, se è vero che la storia del pianeta è costellata da eventi drammatici (non solo i meteoriti), che hanno già causato estinzioni di massa delle specie viventi, è anche vero che sugli eventi naturali, passati o futuri, come uomini non possiamo assumerci responsabilità, né prospettare soluzioni (a meno di non prenderci davvero tutti per dei Bruce Willis).  Resta però il dovere (e la ragionevole necessità) di provare ad evitare almeno la nostra auto-estinzione. Gli abitanti dell’isola di Pasqua, dopo aver consumato le foreste che coprivano le loro isole, hanno dovuto abbandonarle. Non ci è dato sapere come si sia svolto l’esodo, ma possiamo supporre che almeno una parte di loro sia giunta sana e salva sul continente sudamericano. Nel nostro caso la faccenda sarebbe un po’ più complicata perché a separarci da una “spiaggia amica” c’è ben più del sottile braccio di mare che separava l’isola dal continente (a meno di credere alle panzane del film “Interstellar” e condividere la sua ideologia dell’usa e getta, applicata al pianeta intero)

L’egoismo dei viventi e la rottura del patto generazionale.

Nelle culture animiste, il principale aspetto del “patto generazionale” è stato rappresentato dall’impegno dei viventi a consegnare, alla generazione seguente, un mondo nelle stesse condizioni in cui si era ricevuto. L’avvento del meccanicismo ha disdetto l’accordo, concentrando gli sforzi delle società esclusivamente sui bisogni dei viventi.

L’autore ha investito molte energie per promuovere il rilancio dell’energia atomica e ad essa, anche in questo libro, dedica qualche riga di rimpianto (pag 122). Aldilà dei funesti scenari da guerra atomica (l’uso civile è “propedeutico” a quello militare: è nelle centrali elettriche che si “distilla” il plutonio necessario alle bombe) e dei gravi incidenti che ne hanno costellato la storia recente, la più ragionevole tra le obiezioni all’uso dell’energia nucleare scaturisce dalle sue scorie. Si tratta di un pattume a cui, a settant’anni dalla entrata in produzione dell’energia atomica, l’uomo non ha ancora trovato una collocazione sicura: tramontata per sempre l’opzione “buries and forget” dopo il fallimento dei siti di stoccaggio nelle miniere di salgemma in Germania (da cui sono stati precipitosamente rimossi i fusti depositativi solo 8 anni prima) e la decisione del presidente Obama di abbandonare l’ambizioso progetto delle Yucca Mountains, già costato 15 miliardi di dollari (dove si intendevano interrare le 70.000 tonnellate di combustibile esausto sin qui prodotte negli USA), si è tornati ai depositi di superficie, che offrono almeno il vantaggio del monitoraggio costante degli involucri protettivi. Resta però un inconveniente capitale: il tempo di decadimento degli isotopi radioattivi, che va da qualche migliaia di anni per i più instabili a 4,5 miliardi di anni per l’uranio 238 (un periodo di tempo equivalente all’aspettativa di vita del Sole) Si capisce bene, da questi numeri, che tutta la supposta economicità dell’energia nucleare si fonda sulla più criminale forma di “esternalizzazione dei costi” mai elaborata, dal momento che i costi e l’onere della gestione del “decommissioning” delle migliaia di centrali nucleari disseminate sul pianeta ricadrà interamente sulle spalle delle generazioni future, non solo per qualche generazione, ma da qui alla notte dei tempi.

Le poche generazioni che hanno calcato il pianeta negli ultimi 100 anni, hanno svuotato la crosta terrestre di tutte le sue riserve di energia fossile, inondato l’atmosfera di anidrite carbonica ed altri gas “effetto serra”, inquinato la superficie terrestre ed i suoi oceani e condannato tutte le generazioni future del pianeta, che non hanno partecipato al nostro banchetto, a gestire un eredità fatta solo di scorie, veleni e rifiuti.  Senza dubbio saremo ricordati dai posteri sopratutto per il nostro straordinario egoismo.

Politica: la vittoria della destra e la scomparsa della sinistra

Ma la natura è di destra o di sinistra?” si chiede l’autore a pagina 72, titolando di nuovo fuori bersaglio. Testa intende infatti parlare delle posizioni politiche dell’uomo, nei confronti della natura e di come queste influenzino i sistemi sociali proposti dai due schieramenti contrapposti.  L’analisi, che egli attribuisce alla deputata Laura Conti (a pag.74), delinea una destra che si appella alle leggi naturali per giustificare le diseguaglianze, quale diretta conseguenza di dettami divini, (ipotesi creazionista) ed una sinistra, che partendo da un analisi laica e darwiniana (evoluzionista) riconosce alla natura intenti selettivi miranti alla sopravvivenza del più forte, ma contrappone a questa legge naturale un sistema di leggi e di organizzazione sociale volte a lenirne l’effetto e sostenere i più deboli, (l’ambientalismo ha poi incluso in quest’ultima categoria anche gli animali, nostri fratelli minori ed in generale tutte le declinazioni dell’ambiente naturale) In effetti, da allora (primi anni 90) le posizioni teoriche non sono cambiate di molto, a parte una forte riduzione dell’aspetto religioso, nelle moderne destre edoniste, e la sostanziale scomparsa della sinistra dalla scena. Infatti in Italia (ma anche nel resto del mondo), al giorno d’oggi, la sinistra è più rappresentata nei comitati spontanei dei cittadini che non dai partiti politici in parlamento, e l’ambientalismo (insieme alla difesa dei sistemi democratici) è patrimonio esclusivo di questa sinistra di movimento, quasi del tutto priva di qualsiasi potere effettivo.

Il crollo dell’Unione sovietica, nell’89, ha avviato un processo di controriforma che, nei paesi occidentali, sta erodendo tutte le conquiste sociali del secondo dopoguerra, di cui ingenuamente c’eravamo attribuiti il merito, noi occidentali, con le nostre timide socialdemocrazie (mentre erano quasi l’esclusivo risultato della grande paura che i comunisti russi avevano instillato nei nostri padroni, inducendoli a temporanea mitezza)   Il ritorno ad un predominio dispotico della classe padronale è incrementato da vari fattori, di cui il più importante e senz’altro la “fortezza tecnologica” di cui sopra, che ha consentito la globalizzazione del mercato del lavoro e dei flussi finanziari, ma anche la crescente automazione nelle fabbriche, che crea legioni di disoccupati, per i quali non si creano più impieghi sostitutivi, e concentra la ricchezza nelle mani dei padroni delle macchine. (Leggere, per capire meglio, l’articolo di John Lanchester sul numero 1095 di “Internazionale).  La destra delle multinazionali e della speculazione finanziaria nel suo slancio revanscista è ormai prossima a conseguire lo smantellamento della sovranità degli Stati, oggi seriamente minacciata, a Bruxelles, anche dagli accordi del TTIP, discussi in segrete stanze tra politici compiacenti e lobbisti delle multinazionali e ratificati poi, per salvare le apparenze, in Parlamenti di docili nominati.

In questo quadro politico desolante, ciò che resta dell’ambiente corre grandi pericoli: molti fondi d’investimento e corporation, consapevoli della crescente fragilità dei grandi agglomerati urbani, hanno cominciato a spostare i propri capitali dal settore immobiliare a quello terriero ed è nato il Land grabbing, versione aggiornata del latifondismo e del colonialismo, ed intere regioni dell’Africa, con annessi villaggi ed abitanti inconsapevoli, sono state loro vendute da locali governanti privi di senso etico (e senza cervello). La crescente fame di energia fossile continua a causare devastazioni, non solo in paesi corrotti come la Nigeria; ma anche nel civilissimo Canada, in Alberta, dove l’estrazione delle sabbie bituminose ha giustificato la distruzione di vastissime aree di foresta primaria (nel 2011 era una superficie pari al Belgio).

A casa nostra, tramontati ormai i tempi degli Olivetti, imprenditori coraggiosi e lungimiranti, che avevano cura sia del prodotto che dei bisogni dei loro operai, oggi, l’imprenditoria nostrana ha quasi del tutto dismesso e abbandonato l’insidioso mare della produzione industriale, per riversarsi in quello quieto e rassicurante dei servizi pubblici (privatizzati), dove invece che su clienti capricciosi o insolventi, si può contare su mansuete mandrie di utenti impastoiati, e su una normativa tariffaria, post-privatizzazione, che ha praticamente estinto qualsiasi rischio d’impresa (con buona pace dell’esito referendario del 2011) Ma i nostri “capitani coraggiosi” non disdegnano neanche la “green economy”, dove i profitti sono garantiti dagli incentivi pagati dagli utenti elettrici e la manodopera quasi superflua. Predatori più che imprenditori, forniti, come principale dote, della capacità di muoversi con successo nel sordido mondo della politica nazionale, dove l’affiliazione al “clan” giusto conta molto di più di qualsiasi abilità imprenditoriale.

Il nostro autore, frustrato nelle sue aspirazioni nucleari dall’esito del secondo referendum sul tema (che al contrario dei quesiti vinti sull’acqua pubblica, ha trovato applicazione) ha ripiegato anche lui sulla green economy, con la sua E.VA. Energie Valsabbia s.p.a, che vanta 69 impianti idroelettrici, tra quelli realizzati e quelli in corso di realizzazione (e di cui si occupò, qualche anno fa, anche la Gabbanelli su “Report”, con un servizio che denunciava il disseccamento di alcuni corsi d’acqua in Friuli) oltre a numerosi impianti fotovoltaici in terra agricola per complessivi 350 Mwp (tentò di realizzarne anche uno di 45 ettari nel comune di Manciano, sua patria adottiva, ma dopo un’aspra battaglia, cui prese parte anche Beni Comuni Manciano, dovette rinunciare). Su questo punto è opportuno rilevare una contraddizione: (a pag.122) Testa critica aspramente i sette miliardi l’anno che ci costano gli incentivi sul fotovoltaico ed elenca una serie di settori dove quel denaro sarebbe stato meglio impiegato. Di quei 7 miliardi, il nostro, ad un conto sommario, incassa con la sua società, per il solo FV, circa 150 milioni di euro (l’anno x 20 anni) di incentivi pubblici.

Insomma, a guardare da vicino gli interessi economici dell’autore, si spiega bene tutto il livore, che trasuda da questo libro, per quei movimenti che si oppongono alla predazione dei territori. Livore cui già ci hanno abituato i vertici di Legambiente, che per la nostra opposizione alla geotermia flash targata Enel, ci chiamano “utili idioti” (dei petrolieri) e che, fatta eccezione per il nucleare, condividono, con il loro ex presidente, sia i punti di vista che i metodi lavorativi: Moral suasion “green” da una parte e società commerciali dall’altra, a rastrellarne i profitti.

In fondo questo libro è veramente contro la Natura, verso la quale sembra scomparso, nell’autore, qualsiasi legame spirituale. Più volte nel libro, Testa afferma che l’unica forma di natura che valga la pena di preservare è il paesaggio, ma, anche questo, per il suo mero valore mercantile, dal momento che “la cartolina illustrata” è parte integrale del pacchetto offerto dall’industria turistica, insieme al WiFi e alla Jacuzzi.

terra_lunaLa visione materialistica del mondo naturale ha diviso la Terra in due facce, una grande e oscura, l’inferno dei meno abbienti, costretti a vivere in territori sempre più squallidi, malsani e degradati, ed una faccia brillante (molto più piccola) “Parco giochi” per pochi euforici gaudenti, sempre in movimento tra una “cartolina illustrata” e l’altra.

per Beni Comuni Manciano, Andrea Marciani

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