Sulla riapertura dei termini dello SPRAR a Grosseto

La Prefettura di Grosseto ha riaperto, con una comunicazione del 9 febbraio scorso, i termini di adesione al progetto di accoglienza in favore di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale denominato SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) predisposto dal Ministero dell’Interno.

La Prefettura segnala che dei 28 comuni della provincia di Grosseto solo 8 non hanno aderito alla scadenza naturale del bando, il 15 gennaio scorso, e li elenca qui sotto:

CAMPAGNATICO, CASTELL’AZZARA, GROSSETO, ISOLA DEL GIGLIO, MANCIANO, MONTE ARGENTARIO, ORBETELLO, ROCCALBEGNA, SEGGIANO, SORANO

La riapertura dei termini, con scadenza 22 febbraio, viene fatta nella speranza di un ravvedimento di questi comuni. Dalla nota del 9 febbraio traspare la preoccupazione del prefetto per gli inconvenienti cui potrebbero andare incontro i comuni rimasti fuori dal procedimento. Infatti, mentre per i comuni aderenti “a fronte di tale impegno i rispettivi territori non verranno inseriti nei bandi di gara e conseguentemente eventuali proposte in detti territori potranno essere prese in considerazione solo per affidamenti di breve durata, ovvero per il tempo strettamente necessario al perfezionamento delle procedure previste dal Protocollo in detti Comuni”per gli altri, gli eventuali affidamenti potranno avere durata indicativa di mesi 4, o per il tempo necessario alla predisposizione e conclusione del bando di gara per l’anno 2018, precisando che le manifestazioni di interesse relative a strutture ubicate in detti Comuni potranno essere utilizzate anche per l’avvio di una procedura di gara negoziata”.

In buona sostanza, un utile chiarimento per quei sindaci che ancora credono di risparmiare al proprio territorio il peso dell’accoglienza nascondendo la testa nella sabbia. La politica dello struzzo non paga, i rifugiati non spariranno come per incanto, al contrario, è proprio in quei comuni che il prefetto avrà mano libera per fare accordi con le strutture che aderissero, con finalità di lucro, ad una procedura di gara diretta, scavalcando le giunte.

E non potranno neanche lamentarsi, viste le numerose occasioni di ravvedimento che gli sono state offerte.

Firmano il comunicato:

Beni Comuni Grosseto, Beni Comuni Manciano, Ripartiamo da sinistra Manciano

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Non aderire allo SPRAR sarebbe una mossa stupida

Mancano pochi giorni al termine, fissato dalla Prefettura di Grosseto, per l’adesione da parte dei 28 Comuni della provincia di Grosseto al piano denominato SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) predisposto dal Ministero dell’Interno.

Il 26 settembre scorso la Prefettura di Grosseto ha varato un protocollo d’intesa con la Società della Salute dell’area socio-sanitaria della provincia al quale sono stati invitati a partecipare tutti i Comuni grossetani.

A quanto ci risulta, a tutt’oggi, a 10 giorni dal termine fissato nel protocollo al 15 gennaio, hanno aderito solo Capalbio, Follonica, Roccastrada, Gavorrano, Massa Marittima, Castiglion della Pescaia, Scansano, Civitella Paganico, Scarlino, Monterotondo Marittimo, Montieri e Santa Fiora, 12 Comuni su 28.

Il 14 dicembre scorso, il sindaco di Manciano Mirco Morini, ad una interrogazione della consigliera di minoranza Hannah Lesch, ha risposto di non avere ancora preso una decisione in merito e di sapere indecisi anche gli altri sindaci dell’Unione dei Comuni “Colline della Fiora” (Pitigliano e Sorano)

Se interveniamo, sollecitando tutti i sindaci indecisi ad aderire al protocollo, è perché riteniamo che lo SPRAR sia un ottimo strumento per governare, invece di subire, un fenomeno che è causato in primo luogo dalla riduzione delle aree abitabili del pianeta (di cui il ricco occidente porta gran parte della responsabilità) e come tale è inarrestabile.

Aderire allo SPRAR consente di:

  • Definire il flusso dei migranti sulla base di un coefficiente fisso di residenti (il 5 x mille della popolazione residente) raggiunto il quale, si resta esclusi da nuove assegnazione.
  • Indicare a quali categorie dedicare i maggiori riguardi (donne in gravidanza, minori non accompagnati etc)
  • Fare partecipe la cittadinanza del processo di accoglienza
  • Favorire l’integrazione dei migranti anche attraverso l’impiego in lavori socialmente utili
  • Sottrarre l’ospitalità ad eventuali speculazioni di privati senza scrupoli
  • Accedere ai fondi governativi (è del 27 dicembre scorso l’ultimo stanziamento sottoscritto dal ministro Minniti)

Non aderire non esenta dall’accoglienza: il Prefetto ha potere di fare accordi direttamente con strutture private ed imporre al territorio il numero di rifugiati che ritiene opportuno, anche superando le percentuali previste dallo SPRAR ed escludendo amministrazione comunale e cittadinanza dalla gestione del processo.

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L’Acquedotto del Fiora distribuisce “utili” che tali non sono.

Grosseto 18.12.2017

Il presidente Emilio Landi e l’amministratore delegato Aldo Stracqualursi in occasione della presentazione del bilancio di sostenibilità 2016, illustrato ai soci, hanno molto insistito sugli investimenti fatti sulla rete e sui problemi legati alla sua estensione territoriale, ma hanno taciuto sul fatto che per la prima volta dall’ingresso del socio privato nel 2002 l’Acquedotto del Fiora sta distribuendo utili ai soci.

Con il consenso dell’Autorità Idrica Toscana i soci dell’AdF si stanno spartendo circa (nulla appare ancora nei bilanci a disposizione del pubblico e noi abbiamo potuto estrapolarlo solo da alcuni verbali di Consigli comunali) 4 milioni di euro, dei quali 1,6 vanno ai soci privati (Acea e MPS), circa mezzo milione si spartiscono i comuni di Siena e Grosseto e gli altri comuni delle due province si spartiscono il resto, in quote di qualche decina di migliaia di euro a secondo dei percentili di proprietà.

Il fatto che la notizia non sia comparsa su nessuno dei media locali sta a dimostrare quanto timore la dirigenza dell’azienda abbia del valore simbolico dell’operazione.

Sono infatti trascorsi poco più di sei anni dai referendum che nel 2011 avevano sancito la volontà degli italiani di tenere l’acqua fuori dalle regole di mercato e questa distribuzione di dividendi sta a dimostrare il definitivo tradimento della decisione del popolo.

Ma i comitati di tutela dei Beni Comuni della provincia, denunciano questa distribuzione di utili non solo come custodi della calpestata volontà popolare, ma anche da un punto di vista economico e finanziario.

Infatti questi “Utili”, in realtà tali non sono, perché:

  • Non si può parlare di utili, quando permane un indebitamento di circa 140 milioni di euro.
  • Non si può parlare di utili, quando, tradendo l’impegno preso nel lontano 2002 (con scadenza 2004), di assorbire i 140 acquedotti consortili esistenti all’epoca, questi, invece di diminuire sono aumentati passando a 163. (ricordiamo che in questi acquedotti migliaia di utenti subiscono un trattamento di serie B, costretti ad accollarsi gli oneri di manutenzioni di rete che spetterebbero all’ AdF)
  • Non si può parlare di utili, quando la rete rimane in una condizione di grave obsolescenza, con perdite superiori al 40% e ampi tratti di tubature in cemento-amianto.
  • Non si può parlare di utili quando questi sono sono conseguiti con aumenti arbitrari in bolletta.

Pensiamo che invece di procedere a questa spartizione, l’AdF dovrebbe impegnarsi a risolvere i problemi sopraelencati e accantonare risorse per affrontare la grave sfida che il riscaldamento climatico pone ad una zona semi-arida come la Toscana meridionale.

Gli Italiani lo hanno detto forte e chiaro nel 2011, l’acqua è un bene comune primario che va sottratto alle logiche del profitto e l’unica via per farlo è attraverso un ritorno del servizio alla esclusiva proprietà pubblica.

Nell’attesa vogliamo sperare che i Comuni abbiano l’accortezza di utilizzare queste entrate per azioni di educazione al risparmio di acqua e di salvaguardia delle falde idro-potabili

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Corsi di formazione obbligatori e lo stato di minorità del cittadino

Con l’entrata in vigore del D.lgs. 150/2012 denominato PAN (Piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari) si è aperta in agricoltura una nuova stagione di corsi di formazione obbligatori ed onerosi. Ancora una volta si manifesta la sfiducia che la classe politica e legislativa nutre nei confronti dei cittadini italiani, ridotti, sempre più spesso, in una condizione di “minorità” oggettiva.

Infatti, mentre in quasi tutte le case irrompe la rete, col suo enorme potenziale di auto-formazione permanente, agli agricoltori toscani, per mandare a memoria una modestissima serie di regole che troverebbero spazio in un libretto di poche pagine, viene imposta, per il conseguimento di un patentino per l’uso dei fitofarmaci, la frequenza di corsi di formazione di 20 ore del costo medio di 120 euro, più 32 euro di marche da bollo, per la stampa del documento, ad abilitazione conseguita.. Viene spontaneo chiedersi: come mai non viene offerta loro la possibilità di presentarsi agli esami da “privatisti”? Magari verificandone la preparazione con un vero esame (invece di stupidi quiz a risposte multiple) e previa la stampa e la distribuzione di un libretto contenente il succinto programma di studio? La risposta è abbastanza scontata: Dipende dall’azione di lobbing delle associazioni dei tecnici e dei patronati agricoli, che organizzano i corsi e sopravvivono, soprattutto in questo periodo di crisi, con quello che riescono a “mungere” da una delle ultime realtà produttive, ancora in esercizio nel paese.

La politica ascolta solo i portatori di interesse organizzati e gli agricoltori per questo, fin dal secondo dopoguerra, si sono riuniti in sindacati e associazioni di categorie. Come spesso succede però, negli anni, queste associazioni si sono consolidate in strutture sempre più pesanti e gerarchizzate che, nella necessità di auto-sostenersi, hanno perso di vista le istanze della categoria rappresentata e focalizzato la loro azione sull’impellenza di pagare gli stipendi ai loro dirigenti e al proprio personale.

Ma le aziende agricole sono assai male in arnese e non riusciranno a reggere ancora a lungo questo stato di cose: Tartassati e braccati da una muta di ispettori armati di letali ammende a 3 o 4 zeri, gli agricoltori, tra registri da mantenere, corsi da frequentare, attrezzature da tenere al passo con un legislatore che non la smette di cambiare le carte in tavola, quasi non riescono più a dormire o a trovare il tempo di salire sul trattore.

Non è moltiplicando le incombenze, in maniera rigida e pretestuosa, che si porterà l’agricoltura fuori dalla crisi. Al contrario, l’effetto che sempre più spesso si riscontra, specie tra quei giovani che si accostano oggi a questa nobile arte, è quella di uno sprofondamento nel sommerso, nella “clandestinità”. Il compito dei patronati agricoli oggi dovrebbe essere quello di alleggerire il carico di lavoro delle aziende agricole e non di zavorrarle inutilmente, perché, tanto per restare in una metafora di settore, “non si cava latte da una vacca morta”.

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PRO NATURA, Analisi critica al libro “Contro natura” di Chicco Testa

Ho letto, grazie al gentile prestito di un amico, il libro di Chicco Testa “Contro Natura”Schermata del 2015-04-06 11:42:00 edito da Marsilio.  Comincio da quello su cui mi trovo d’accordo: “ Che la natura non sia giusta, secondo criteri di giustizia umani, non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussione, In natura valgono le leggi della natura” (pag 37). Assunto ragionevole, non si spiega quindi perché abbia scelto di fare un libro che nel sottotitolo recita: “Perché la natura non è né buona né giusta né bella”.  A testimonianza della cattiveria della natura il nostro cita più volte nel libro, al punto da conferirgli lo spessore di un ossessione, il meteorite che 60 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri. Da questo evento catastrofico fa conseguire la necessità di tenere, con la natura, un approccio da impavido domatore (dotato per l’occasione di missili a testata nucleare atti a deviare la traiettoria del prossimo eventuale meteorite. Come nel film “Armagheddon”, elevato, pare, ad accreditata ipotesi scientifica)

Ma il libro, più che con la natura, se la prende con un ipotetico movimento naturista/ambientalista , descritto in maniera caricaturale, come una specie di calderone eterogeneo in cui l’autore mette a cuocere tutto quello che capita a tiro dei suoi motori di ricerca (mancano solo i lunatici delle scie chimiche). Cosicché, Vandana Shiva si trova accomunata ai protagonisti di una serie di aneddoti tragicomici, forse raccolti tra i suoi amici meno brillanti: dall’agriturista beota che scopre solo per sua cortese intercessione che la luna mostra alla terra sempre la stessa faccia, allo sprovveduto gommonista che finisce la benzina in mare aperto dove, tapino, non c’è campo per il suo cellulare. Il tutto condito in salsa “hate speech”, dove, per fare un esempio, “Cialtroterapia” dà il titolo al capitolo sulle medicine alternative. E meno male che, in un intervista concessa al Foglio nel presentare il suo libro, Chicco Testa stigmatizzava: “il recente incattivimento della società italiana, per cui negli ultimi anni è cresciuto lo spirito di fazione, il tutti contro tutti come modalità di rapporto quotidiano” Chissà come avrebbe trattato, senza questa consapevolezza, quei milioni di persone che, senza dar noia a nessuno e senza chiedere un soldo al servizio sanitario, si curano regolarmente con l’omeopatia.

Il dibattito culturale e politico sul quale debba essere l’equilibrio tra Uomo e Natura, non è una novità di questi giorni, ma è vero che negli ultimi anni si è arroventato per gli allarmanti segnali dell’approssimarsi di un limite oggettivo allo sfruttamento dell’ambiente ad opera dell’uomo: il surriscaldamento del pianeta (sulla cui causa antropica la comunità scientifica ha ormai raggiunto l’unanimità) l’assottigliamento delle biodiversità, la perdita del 60% delle risorse di acqua potabile, gli oceani colmi di spazzatura (e svuotati di pesce), i reiterati incidenti nucleari, l’incremento delle patologie tumorali e autoimmuni, la crescente infertilità maschile … l’elenco potrebbe continuare per pagine intere. Il nostro autore, pur con qualche residua tentazione negazionista (sulle cause antropiche), prende per buona la questione del riscaldamento del pianeta e scrive (pag. 95): “Come conseguenza di tutto ciò, avremmo probabilmente una caduta verticale della popolazione umana (omissis).Presumibilmente torneremmo indietro, per quanto riguarda l’attività produttiva totale, di qualche secolo, In tal modo si ridurrebbero le emissioni in atmosfera (omissis) l’effetto serra avrebbe fine e il pianeta tornerebbe a raffreddarsi, inizierebbe un nuovo ciclo”. A parte la curiosa nonchalance con cui Testa si rassegna alla repentina scomparsa di qualche miliardo di individui, (per sfamare i quali però raccomanda l’uso di OGM) sorprende l’ingenuità del pronostico sul rapido ripristino delle giuste condizioni climatiche, ragionamento che non tiene conto delle centinaia milioni di anni occorsi agli organismi unicellulari marini (fitoplancton e zooplancton) durante il paleozoico, ad imbrigliare la CO2 in eccesso nell’atmosfera terrestre delle origini, trasformandola in idrocarburi.(teoria biogenica)

Ora, se è vero che la storia del pianeta è costellata da eventi drammatici (non solo i meteoriti), che hanno già causato estinzioni di massa delle specie viventi, è anche vero che sugli eventi naturali, passati o futuri, come uomini non possiamo assumerci responsabilità, né prospettare soluzioni (a meno di non prenderci davvero tutti per dei Bruce Willis).  Resta però il dovere (e la ragionevole necessità) di provare ad evitare almeno la nostra auto-estinzione. Gli abitanti dell’isola di Pasqua, dopo aver consumato le foreste che coprivano le loro isole, hanno dovuto abbandonarle. Non ci è dato sapere come si sia svolto l’esodo, ma possiamo supporre che almeno una parte di loro sia giunta sana e salva sul continente sudamericano. Nel nostro caso la faccenda sarebbe un po’ più complicata perché a separarci da una “spiaggia amica” c’è ben più del sottile braccio di mare che separava l’isola dal continente (a meno di credere alle panzane del film “Interstellar” e condividere la sua ideologia dell’usa e getta, applicata al pianeta intero)

L’egoismo dei viventi e la rottura del patto generazionale.

Nelle culture animiste, il principale aspetto del “patto generazionale” è stato rappresentato dall’impegno dei viventi a consegnare, alla generazione seguente, un mondo nelle stesse condizioni in cui si era ricevuto. L’avvento del meccanicismo ha disdetto l’accordo, concentrando gli sforzi delle società esclusivamente sui bisogni dei viventi.

L’autore ha investito molte energie per promuovere il rilancio dell’energia atomica e ad essa, anche in questo libro, dedica qualche riga di rimpianto (pag 122). Aldilà dei funesti scenari da guerra atomica (l’uso civile è “propedeutico” a quello militare: è nelle centrali elettriche che si “distilla” il plutonio necessario alle bombe) e dei gravi incidenti che ne hanno costellato la storia recente, la più ragionevole tra le obiezioni all’uso dell’energia nucleare scaturisce dalle sue scorie. Si tratta di un pattume a cui, a settant’anni dalla entrata in produzione dell’energia atomica, l’uomo non ha ancora trovato una collocazione sicura: tramontata per sempre l’opzione “buries and forget” dopo il fallimento dei siti di stoccaggio nelle miniere di salgemma in Germania (da cui sono stati precipitosamente rimossi i fusti depositativi solo 8 anni prima) e la decisione del presidente Obama di abbandonare l’ambizioso progetto delle Yucca Mountains, già costato 15 miliardi di dollari (dove si intendevano interrare le 70.000 tonnellate di combustibile esausto sin qui prodotte negli USA), si è tornati ai depositi di superficie, che offrono almeno il vantaggio del monitoraggio costante degli involucri protettivi. Resta però un inconveniente capitale: il tempo di decadimento degli isotopi radioattivi, che va da qualche migliaia di anni per i più instabili a 4,5 miliardi di anni per l’uranio 238 (un periodo di tempo equivalente all’aspettativa di vita del Sole) Si capisce bene, da questi numeri, che tutta la supposta economicità dell’energia nucleare si fonda sulla più criminale forma di “esternalizzazione dei costi” mai elaborata, dal momento che i costi e l’onere della gestione del “decommissioning” delle migliaia di centrali nucleari disseminate sul pianeta ricadrà interamente sulle spalle delle generazioni future, non solo per qualche generazione, ma da qui alla notte dei tempi.

Le poche generazioni che hanno calcato il pianeta negli ultimi 100 anni, hanno svuotato la crosta terrestre di tutte le sue riserve di energia fossile, inondato l’atmosfera di anidrite carbonica ed altri gas “effetto serra”, inquinato la superficie terrestre ed i suoi oceani e condannato tutte le generazioni future del pianeta, che non hanno partecipato al nostro banchetto, a gestire un eredità fatta solo di scorie, veleni e rifiuti.  Senza dubbio saremo ricordati dai posteri sopratutto per il nostro straordinario egoismo.

Politica: la vittoria della destra e la scomparsa della sinistra

Ma la natura è di destra o di sinistra?” si chiede l’autore a pagina 72, titolando di nuovo fuori bersaglio. Testa intende infatti parlare delle posizioni politiche dell’uomo, nei confronti della natura e di come queste influenzino i sistemi sociali proposti dai due schieramenti contrapposti.  L’analisi, che egli attribuisce alla deputata Laura Conti (a pag.74), delinea una destra che si appella alle leggi naturali per giustificare le diseguaglianze, quale diretta conseguenza di dettami divini, (ipotesi creazionista) ed una sinistra, che partendo da un analisi laica e darwiniana (evoluzionista) riconosce alla natura intenti selettivi miranti alla sopravvivenza del più forte, ma contrappone a questa legge naturale un sistema di leggi e di organizzazione sociale volte a lenirne l’effetto e sostenere i più deboli, (l’ambientalismo ha poi incluso in quest’ultima categoria anche gli animali, nostri fratelli minori ed in generale tutte le declinazioni dell’ambiente naturale) In effetti, da allora (primi anni 90) le posizioni teoriche non sono cambiate di molto, a parte una forte riduzione dell’aspetto religioso, nelle moderne destre edoniste, e la sostanziale scomparsa della sinistra dalla scena. Infatti in Italia (ma anche nel resto del mondo), al giorno d’oggi, la sinistra è più rappresentata nei comitati spontanei dei cittadini che non dai partiti politici in parlamento, e l’ambientalismo (insieme alla difesa dei sistemi democratici) è patrimonio esclusivo di questa sinistra di movimento, quasi del tutto priva di qualsiasi potere effettivo.

Il crollo dell’Unione sovietica, nell’89, ha avviato un processo di controriforma che, nei paesi occidentali, sta erodendo tutte le conquiste sociali del secondo dopoguerra, di cui ingenuamente c’eravamo attribuiti il merito, noi occidentali, con le nostre timide socialdemocrazie (mentre erano quasi l’esclusivo risultato della grande paura che i comunisti russi avevano instillato nei nostri padroni, inducendoli a temporanea mitezza)   Il ritorno ad un predominio dispotico della classe padronale è incrementato da vari fattori, di cui il più importante e senz’altro la “fortezza tecnologica” di cui sopra, che ha consentito la globalizzazione del mercato del lavoro e dei flussi finanziari, ma anche la crescente automazione nelle fabbriche, che crea legioni di disoccupati, per i quali non si creano più impieghi sostitutivi, e concentra la ricchezza nelle mani dei padroni delle macchine. (Leggere, per capire meglio, l’articolo di John Lanchester sul numero 1095 di “Internazionale).  La destra delle multinazionali e della speculazione finanziaria nel suo slancio revanscista è ormai prossima a conseguire lo smantellamento della sovranità degli Stati, oggi seriamente minacciata, a Bruxelles, anche dagli accordi del TTIP, discussi in segrete stanze tra politici compiacenti e lobbisti delle multinazionali e ratificati poi, per salvare le apparenze, in Parlamenti di docili nominati.

In questo quadro politico desolante, ciò che resta dell’ambiente corre grandi pericoli: molti fondi d’investimento e corporation, consapevoli della crescente fragilità dei grandi agglomerati urbani, hanno cominciato a spostare i propri capitali dal settore immobiliare a quello terriero ed è nato il Land grabbing, versione aggiornata del latifondismo e del colonialismo, ed intere regioni dell’Africa, con annessi villaggi ed abitanti inconsapevoli, sono state loro vendute da locali governanti privi di senso etico (e senza cervello). La crescente fame di energia fossile continua a causare devastazioni, non solo in paesi corrotti come la Nigeria; ma anche nel civilissimo Canada, in Alberta, dove l’estrazione delle sabbie bituminose ha giustificato la distruzione di vastissime aree di foresta primaria (nel 2011 era una superficie pari al Belgio).

A casa nostra, tramontati ormai i tempi degli Olivetti, imprenditori coraggiosi e lungimiranti, che avevano cura sia del prodotto che dei bisogni dei loro operai, oggi, l’imprenditoria nostrana ha quasi del tutto dismesso e abbandonato l’insidioso mare della produzione industriale, per riversarsi in quello quieto e rassicurante dei servizi pubblici (privatizzati), dove invece che su clienti capricciosi o insolventi, si può contare su mansuete mandrie di utenti impastoiati, e su una normativa tariffaria, post-privatizzazione, che ha praticamente estinto qualsiasi rischio d’impresa (con buona pace dell’esito referendario del 2011) Ma i nostri “capitani coraggiosi” non disdegnano neanche la “green economy”, dove i profitti sono garantiti dagli incentivi pagati dagli utenti elettrici e la manodopera quasi superflua. Predatori più che imprenditori, forniti, come principale dote, della capacità di muoversi con successo nel sordido mondo della politica nazionale, dove l’affiliazione al “clan” giusto conta molto di più di qualsiasi abilità imprenditoriale.

Il nostro autore, frustrato nelle sue aspirazioni nucleari dall’esito del secondo referendum sul tema (che al contrario dei quesiti vinti sull’acqua pubblica, ha trovato applicazione) ha ripiegato anche lui sulla green economy, con la sua E.VA. Energie Valsabbia s.p.a, che vanta 69 impianti idroelettrici, tra quelli realizzati e quelli in corso di realizzazione (e di cui si occupò, qualche anno fa, anche la Gabbanelli su “Report”, con un servizio che denunciava il disseccamento di alcuni corsi d’acqua in Friuli) oltre a numerosi impianti fotovoltaici in terra agricola per complessivi 350 Mwp (tentò di realizzarne anche uno di 45 ettari nel comune di Manciano, sua patria adottiva, ma dopo un’aspra battaglia, cui prese parte anche Beni Comuni Manciano, dovette rinunciare). Su questo punto è opportuno rilevare una contraddizione: (a pag.122) Testa critica aspramente i sette miliardi l’anno che ci costano gli incentivi sul fotovoltaico ed elenca una serie di settori dove quel denaro sarebbe stato meglio impiegato. Di quei 7 miliardi, il nostro, ad un conto sommario, incassa con la sua società, per il solo FV, circa 150 milioni di euro (l’anno x 20 anni) di incentivi pubblici.

Insomma, a guardare da vicino gli interessi economici dell’autore, si spiega bene tutto il livore, che trasuda da questo libro, per quei movimenti che si oppongono alla predazione dei territori. Livore cui già ci hanno abituato i vertici di Legambiente, che per la nostra opposizione alla geotermia flash targata Enel, ci chiamano “utili idioti” (dei petrolieri) e che, fatta eccezione per il nucleare, condividono, con il loro ex presidente, sia i punti di vista che i metodi lavorativi: Moral suasion “green” da una parte e società commerciali dall’altra, a rastrellarne i profitti.

In fondo questo libro è veramente contro la Natura, verso la quale sembra scomparso, nell’autore, qualsiasi legame spirituale. Più volte nel libro, Testa afferma che l’unica forma di natura che valga la pena di preservare è il paesaggio, ma, anche questo, per il suo mero valore mercantile, dal momento che “la cartolina illustrata” è parte integrale del pacchetto offerto dall’industria turistica, insieme al WiFi e alla Jacuzzi.

terra_lunaLa visione materialistica del mondo naturale ha diviso la Terra in due facce, una grande e oscura, l’inferno dei meno abbienti, costretti a vivere in territori sempre più squallidi, malsani e degradati, ed una faccia brillante (molto più piccola) “Parco giochi” per pochi euforici gaudenti, sempre in movimento tra una “cartolina illustrata” e l’altra.

per Beni Comuni Manciano, Andrea Marciani

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Depurazione, l’Acquedotto del Fiora rimborsa. Una vittoria degli utenti

Nel corso di un’affollata assemblea pubblica, organizzata dal locale Circolo ARCI e tenuta il 15 marzo 2015 a Manciano, il presidente Tiberi ha ammesso l’errore commesso nei confronti degli utenti mancianesi negli anni 2013 e 2014 ed ha assicurato la platea sul fatto che le somme, pagate e non dovute, saranno restituite, con assegni pronta cassa, entro il mese di marzo/aprile e promesso che verrà istituito a Manciano uno sportello speciale per gli utenti defraudati. Il Sindaco Marco Galli, intervenuto in assemblea, ha stigmatizzato l’errore di tariffazione e pubblicamente asserito di ritenere la privatizzazione del servizio idrico come un grave errore, contrario agli interessi dei cittadini. sindaco Galli

Per gli utenti idrici di Manciano, la grottesca vicenda del pagamento del “depuratore fantasma” è cominciato nel lontano 1994, l’Acquedotto del Fiora è subentrato alla gestione comunale nel 2002, nel 2008 la Corte Costituzionale ha stabilito illegale il pagamento della voce depurazione per gli utenti non serviti da depuratore, obbligando quest’ultimo a restituire quanto avuto, ma l’AdF ha restituito solo quanto versato nei 5 anni precedenti il 2008, ritenendo le somme pagate in precedenza cadute in prescrizione. Ancora prima di completare i rimborsi, dal 2009, aveva già ricominciato, grazie alla legge 13 del 2009, a pretendere un nuovo pagamento dagli utenti di aree in cui i depuratori fossero almeno in fase di progettazione, gravando coloro che erano stati rimborsati di oneri maggiorati.

platea

Alla fine di questo inestricabile pasticcio, grazie alle proteste di utenti mancianesi esasperati, in AdF si sono accorti che forse, dopo 21 anni di contributi versati per una depurazione inesistente, la progettazione del “depuratore fantasma” era stata coperta.

platea 02

Alcune domande però sono rimaste sul tappeto nell’incontro di ieri:

  • Quella circa l’ammontare dell’importo accantonato in questi 21 anni, che secondo la legge Galli del 1994 dovrebbe essere stato versato su un fondo vincolato. La notizia dell’esistenza di questo “salvadanaio” è sembrata cogliere di sorpresa il Presidente, che non ha saputo fornirci alcuna cifra, ma ci ha tenuto a chiarire che l’AdF non si assume responsabilità per gli accantonamenti precedenti alla sua entrata in servizio, lasciando supporre come persi per sempre, tutti gli accantonamenti fatti tra il 1994 e il 2002.
  • Quella sul trattamento che verrà riservato agli altri utenti delle province di Siena e Grosseto che si trovano nella medesima situazione di quelli mancianesi: Il presidente Tiberi ha promesso che anche per loro verranno avviati nuovi conteggi sulle cifre pagate, ma come dice il proverbio : “Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio” e noi consigliamo i cittadini dei comuni sprovvisti di depurazione di verificare molto attentamente il trattamento che è stato loro riservato.Vorremmo infine porre l’accento sul diverso trattamento che l’AIT riserva ai debiti, a seconda se a doverli rimborsare siano il gestore privato o i suoi utenti, infatti le somme che il gestore doveva a noi, sono state dichiarate prescritte in 5 anni, mentre, per i conguagli richiesti in questi giorni dal Fiora, ci si spinge fino al 2006 (9 anni). Disparità che evidenzia molto bene dove si orientano le simpatie dell’Autorità Idrica (di controllo pubblico) in Toscana

foto di Ivana Agostini, gentilmente concesse dall’autrice

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Sopraintendenze e Corpo Forestale dello Stato: due custodi scomodi

Dei tanti Enti che gravano sul bilancio dello Stato Italiano, l’attenzione dei “potini” della spending review sembra essersi concentrata in questi ultimi mesi soprattutto su Sopraintendenze e Guardia Forestale. Per le prime si prospetta di trasferire le loro competenze a regioni e comuni per la seconda si pianifica un accorpamento con la Polizia di Stato.

A guidare la mano del governo Renzi, più che reali esigenze di risparmio, sembra essere, per entrambi, la loro eccessiva indipendenza dal potere politico. Infatti, sul piano del risparmio, limitandoci ad esaminare ridondanze dei corpi di polizia,avrebbe molto più senso ed efficacia l’accorpamento tra Polizia e Carabinieri, la cui perfetta sovrapposizione dei compiti, in materia di ordine pubblico, rappresenta un caso quasi unico in Europa.

L’autonomia di Sopraintendenze e Corpo Forestale si esercita in particolare in due settori che contengono il maggior serbatoio di quel che resta dei beni collettivi: Il patrimonio artistico e le foreste demaniali.

Dal 1989, anno in cui è venuto meno l’effetto di intimidazione che il comunismo reale esercitava sugli oligarchi d’occidente, i governi che si sono succeduti in Italia, indipendentemente dal loro colore politico, hanno alacremente lavorato all’alienazione di tutti i beni comuni del paese: Autostrade, Ferrovie dello Stato, Poste, Telecom, Enel, Alitalia, acciaierie e grandi industrie metalmeccaniche, per finire con i servizi essenziali come acqua, depurazione e trasporti pubblici.

A nulla è servito un referendum che, nel giugno del 2011, con un autentico plebiscito (sottoscritto da 27 milioni di italiani), ha chiesto una drastica inversione di rotta in materia di privatizzazione dei servizi. Una classe politica autoreferenziale, in cui sono ormai rappresentate solo posizioni neo liberiste, ha messo ora gli occhi sugli ultimi scampoli del patrimonio collettivo della nazione, quello artistico e culturale e quello ambientale e boschivo. Primo passo per questo ultimo saccheggio è quindi quello di rimuoverne i custodi troppo zelanti.

Il premier Renzi già da sindaco di Firenze ha sperimentato la privatizzazione “temporanea” del patrimonio artistico della città, asservendo monumenti e spazi pubblici di pregio al fasto capriccioso di nababbi di ogni nazionalità, ed in quelle occasioni si è più volte lamentato degli ostacoli che le sopraintendenze gli opponevano. Ora da capo del governo può estendere le sue mire a tutto il territorio nazionale e regolare i conti con chi gli ha intralciato il cammino in passato.

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